la trottola - GIOCO POPOLARE

bambini che giocano con la corda
Il gioco popolare
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la trottola

giochi con oggetto
Castello Estense di Ferrara - Sebastiano Filippi (Bastianino)
"Il gioco della trottola" Saletta dei Giochi - XVI sec.

La trottola, solitamente fatta di legno duro, è a forma di cono con una punta di ferro ad una estremità che viene fatta girare tirando con forza un filo avvolto intorno ad essa.


Origine e diffusione
(da Wikipedia, l'enciclopedia libera)
La trottola era un giocattolo diffuso tra i Greci e Romani: è nominata, ad esempio, da Callimaco e anche Catone,il noto Censore romano, la consigliava come passatempo per bambini, che a suo parere avrebbero invece dovuto evitare i dadi.

I Romani la chiamavano "turbo" e il gioco all'epoca era particolare: pare che si disegnasse per terra un grande cerchio diviso in dieci settori numerali, ad ognuno corrispondeva un punteggio, e lo scopo del gioco era far roteare la trottola nel centro, raggiungendo così il massimo punteggio.

Attorno al XIV secolo si ha la massima diffusione della trottola, specie in Inghilterra, dove era abbinata addirittura a certe cerimonie religiose. Il Martedì Grasso si organizzavano corse di trottole lungo le strade delle parrocchie e, quando una trottola smetteva di girare, veniva riposta fino all'anno successivo.

Le trottole erano diffuse anche tra gli indiani del Nord e del Sud America da molto prima dell'arrivo di Colombo. Gli Inut, una popolazione del Nord, cercavano di far fare alle trottole un giro completo delle loro abitazioni soprattutto in inverno. Particolarmente in Giappone è diffusa la produzione artigianale di questo giocattolo. Molti di questi sanno creare trottole "partorienti", ovvero che ne liberano altre più piccole durante il loro giro. Nel Borneo e nella Nuova Guinea dopo la semina i contadini fanno girare le trottole per stimolare la crescita dei germogli.

Monumento alla trottola a Montedoro
da Pinterest
Esistono molti modi di giocare con la trottola.

Attorno alla trottola viene avvolta una cordicella, in modo da formare una spirale che va dalla punta (in metallo) alla parte più alta e larga che permette, nell'atto del lancio, di far ruotare la trottola.

Si effettua il primo lancio insieme e la prima trottola che si ferma, resta sotto (rimane a terra); l'altro dovrà cercare di colpire la trottola rimasta a terra sia nel lancio che dopo, fino a quando la sua non termina di ruotare; quando questa si ferma, rimane lei "sotto" e l'altro concorrente va all'attacco.Il gioco a volte dura tantissimo, e tutto sta nella bravura dei concorrenti, nella punta della trottola e nel legno di cui è fatta; - l'obiettivo è distruggere la trottola dell'avversario, il vincitore terrà con se la punta della trottola persa e come potete ben capire chi più  colleziona "trofei di guerra" è più temuto.

Sebastiano Rizza, Giochi e giocattoli fra sacro e profano
U laccë - sito di cultura popolare e del dialetto di Pignola (PZ)
http://digilander.libero.it/cultura.popolare
Email: seb.rizza@email.it

... Inizierò questo breve excursus nei giochi fanciulleschi conosciuti a Pignola con la trottola, un giocattolo e un gioco tanto antico che, come afferma Gabriele Rosa, appare già «nei dipinti egiziaci di 3500 anni  si vede prati-cato allora colà il gioco della trottola collo scuriadino» (nota 4 Gabriele Rosa, Dialetti, costumi e tradizione delle provincie di Bergamo e di Brescia, Bergamo, Tipografia Mazzoleni,1855, p. 106. ).
Di ampia diffusione non solo nel cosiddetto mondo civilizzato ma anche fra i popoli primitivi, risulta alquanto articolato come dimostra il fatto che, soprattutto in alcuni dialetti, la terminologia per indicare i vari tipi di trottola e le fi-gure del gioco è molto produttiva.

LU CURUDDHRU a Galatina
dalla rivista "il filo di ARACNE" Anno I - N° 1, settembre-ottobre 2006 https://www.aracne-galatina.it/

...Ora prendiamo in esame il gioco del turbo latino, della trottola,cioè, nella nostra κοινή διάλεκτος, de lu curuddhru.
 Curuddhru deriva dalla forma tardo-latina currulus, che si rifà al verbo curro e sta a significare una cosa che corre, che scappa, che ti sfugge di mano.
 Tre sono i tipi di curuddhri: curuddhru propriamente detto, mathrecòcula e pinnetta.
 Lu curuddhru ha forma conica, la base del quale è sormontata da un cerchietto rotondo, la chìrica, il vertice termina con una punta d’acciaio.
 
Per far fitare (da φοιτάω: vado qua e là, su e giù, avanti e indietro, corro, giro, ecc.) lu curuddhru è necessario avvolgere, a partire dal vertice, intorno alla sua superficie, una cordicella; l’abilità del giocatore consiste, appunto, nel far aderire perfettamente questa corda in modo che, lanciandolo, e facendo presa sull’estremità della corda che si tiene in mano, si possa imprimere una forza tale da fargli acquistare un’accelerazione che duri un certo periodo di tempo.
 La mathrecòcula è ‘nu curuddhru schiricatu, un po’ più panciuto, mentre la pinnetta, dalla forma più snella e slanciata, ha al vertice una punta d’acciaio ben più spessa.
 
Due sono i tipi di gioco cu llu curuddhru: sotta manu e a morte e si devono svolgere su terra battuta. Sia nell’uno che nell’altro gioco il numero dei partecipanti è illimitato; la differenza consiste nel modo di far fitare lu curuddhru.
 Sotta manu: dopo aver avvolto intorno a llu curuddhru la corda, tenendo fra le dita il capo dell’altra estremità della corda e facendo attenzione che lu curuddhru che si ha in mano abbia il vertice rivolto verso l’alto, lo si lancia in senso orizzontale sulla superficie da gioco. Vince il giocatore che fa fitare lu curuddhru in un tempo maggiore rispetto agli altri.
 A morte: sempre la solita operazione. Però in questo caso lu curuddhru viene lanciato a picco, in senso verticale, sul terreno da gioco.
 La cosa si complica se subentra la mathrecòcula; e qui è messa a dura prova l’intelligenza del ragazzo, perché, in breve tempo, deve calcolare traiettoria, distanza, tempo e raggio d’azione per poter colpire il bersaglio.
 Si traccia allora per terra un cerchio, ed il gioco diventa più difficile se il cerchio è più piccolo di diametro. Dapprima si fa fitare nel cerchio la mathrecòcula, poi ogni giocatore deve colpirla tirando a morte la pinnetta o lu curuddhru. Se l’una o l’altro riesce a colpire in pieno la mathrecòcula accade spesso che quest’ultima si spacchi in due.
 
Ed il momento più opportuno per cercare di centrare la mathrecòcula  è quando questa rotea su se stessa con una velocità tale da sembrare che stia ferma. Naturalmente risulta vincitore chi colpisce la mathrecòcula.
 
strummele
Pagine da visitare
"Come si giocava una volta con questa trottola tradizionale a San Lorenzo Maggiore, un paese della provincia di Benevento"   www.sanlorenzomaggiore.net/entry/135/R_Strummele


 
DA ANTICHI GIOCHI TULESI (Tula SS)
http://www.ic1ozieri.gov.it/attprim_tula_giochiantichi.htm
"Sa murrocula"
Consisteva nell'avvolgere lo spago attorno ad una trottola e lanciarla in modo da farla girare il più a lungo possibile. I più "furbi" la costruivano con legno di "castannalzu" che è molto duro e con esse spaccavano quelle di legno più tenero.
trottola con la ghianda
da  ITER Centri per la Cultura Ludica
https://www.reteitalianaculturapopolare.org/archivio-partecipato/item/1007-trottola-ghianda.html
frullino con tappo metallico schiacciato
da: TANA LIBERA PER TUTTI!
GIOCHI DI STRADA DELLA TRADIZIONE POPOLARE di Ennio Bonizzardi, Compagnia delle Pive Q 4, Salò (1998) introduzione di FABRIZIO GALVAGNI
Il paleo,  trottola mantenuta in movimento frustandola con una cordicella. Lo ritroviamo raffigurato in un paio di quadri di Bruegel: Il combattimento tra il Carnevale e la Quaresima e Giochi di bambini, opere dipinte dall’artista olandese rispettivamente nel 1559 e nel 1560.
Anche in questo caso le citazioni letterarie si sprecano; non possiamo qui non riportare la più illustre, la splendida metafora che ritroviamo nel VII canto dell’Eneide (vv. 378 e segg.): Come sotto l’obliqua frustata vola una trottola, / che i bambini in gran giro, attorno al vuoto cortile, / intenti al gioco affaticano; quella, guidata dal laccio / corre in tondo, china sopra stupisce l’ignara / schiera infantile, guardando il bosso volubile (volubile buxum).
Degno di nota anche il buxum torquere flagellum  (far girare la trottola con la frusta) di PERSIO, Satire, III, 51.

Tuppètturu

Dâ Wikipedia, la nciclupidìa lìbbira.
Lu tuppètturu, o strùmmula e macari tuppettu, è nu jocàttulu di lignu di forma di conu arribbuccatu , ca si fà giriari vurticusamenti supra iddu stissu.
Li tuppèttira ponnu èssiri di tanti misura e, a secunna di chissa, vènunu chiamati cu noma diversi: avemu la “paparazza”, ca è chidda chiù grossa di tutti; appoi c’è la “paparedda”, ca è macari grossa, ma tanticchia chiù nica di la paparazza; doppu veni lu tuppètturu; mentri chiddu chiù nicu di tutti, veni chiamatu “ciancianedda”.
Nta li tuppèttira, oltri a la fattizza d’iddi stissi e zoè a lu quilibbriu di li formi (larghizza, autizza, grannizza e lunghizza di la punta), e lu pisu ‘n cunfruntu a la misura, è mpurtantìssima la “lazzata”: idda è cumposta di nu lazzu ca s’avvorgi ntornu a lu corpu di lu tuppètturu e quannu chistu veni jittatu, lu lazzu si tira viulentamenti dannu a lu tuppètturu lu motu rutatoriu ca ci pirmetti di furriari e, quannu arriva ‘n terra, arristari ‘n aquilibbriu nta la punta.
La lazzata hà èssiri avvorta ntornu a lu tuppètturu nfinu a tanticchia cchiù assai di tri quarti di la sò autizza, 'n modu ca cu lu lanciu, ncumincia a furriari già nta l’aria ‘n modu giustu e quilibbratu, cascannu a chiovu.
La lazzu di la lazzata nun havi a èssiri troppu grossu e mancu troppu finu, pirchì si è troppu grossu nun si pò avvòrgiri lu tuppètturu cu tanti giri di lazzu e, dunca, iddu pigghia picca vilocitati; si lu lazzu è troppu finu, dui sù li cosi: pi avvòrgiri lu tuppètturu nfinu a li tri quarti, s’havi usari nu lazzu troppu longu, chiù longu di la tirata stissa ca unu pò fari cu lu sò vrazzu e, dunca, la lazzata nun s’arrinesci a spurigghiari tutta; oppuru, si ssi pigghia nu lazzu finu, ma di misura adattu pi la tirata di lu vrazzu, allura, lu tuppètturu veni ammugghiatu nfinu a n’autizza nfiriuri a la nicissitati.
Pi rènniri la lazzata scivulusa nta lu stricùliu cu lu tuppètturu e cu idda stissa, e pi nun fàrila sfilazzari, idda veni tutta cusparsa di cira (o si passa cira squagghiata, oppuru lu lazzu veni stricatu cu la cannila).
Ci sunnu tanti modi pi jucari: a cu gira cchià assai; a cu arrinesci a fallu girari cchiù assai nta lu palmu di la manu; oppuru a spasciari lu tuppètturu di l’avvirsariu.
Nta st’ùrtimu casu, si joca accussì: s’attocca (si fa la cunta) e cu nesci metti lu sò tuppètturu ‘n terra; l’àutru jucaturi (unu o chiù d’unu, siddu sunnu tanti), tira lu sò tuppètturu circannu di nzittari chiddu ‘n terra, appoi lu pigghia nta lu parmu di la manu, sempri cu lu tuppètturu ca furrìa, e lu tira n’àutra vota 'n coddu a lu tuppètturu ca è ‘n terra.
Si pò jucari macari accussì: tutti tìranu lu sò tuppètturu e a lu primu ca si fremma, l’àutri cèrcanu di curpillu comu già è dittu supra.
I guagliune: anno1853
British Library HMNTS 10129.g.27.
Image extracted from page 418 of volume 1 of Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti., by BOURCARD, Francesco de. Original held and digitised by the British Library.

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